sabato 3 febbraio 2007

DIAMANTI: UNA STORIA MILLENARIA!!


Chi tra noi donne sarebbe capace di resistere o rimanere indifferente dinanzi alla bellezza e lucentezza di un diamante?

Desiderato da tutte, emblema di una promessa d’amore, simbolo di raffinatezza, trasparenza, classe, ogni amante del bello ambisce a vantarne almeno uno nel proprio portagioielli!! Ma quale è il viaggio di un diamante prima di arrivare incastonato su una altrettanto elegante montatura in oro bianco o platino?

Scopriamolo insieme…

Il diamante, dal greco adamas (inconquistabile) è una pietra costituita esclusivamente da carbonio puro, che vanta una durezza superiore a qualsiasi altro corpo esistente in natura. Oltre ad essere uno dei minerali più affascinanti dal punto di vista gemmologico, risulta anche uno dei più interessanti in assoluto: i primi furono scoperti dall'uomo circa 4.100 anni fa e la loro formazione risale a 2,5 miliardi di anni fa.

Il diamante si trova originariamente in alcune tipiche rocce chiamate Kimberliti, che frammentandosi e depositandosi nei letti dei fiumi insieme a sabbia e ghiaia creano giacimenti alluvionali diamantiferi: tra i più noti vanno ricordati quelli indiani, sudafricani, brasiliani, venezuelani, australiani, ma giacimenti importanti si trovano anche nella Botswana, Lesotho, Namibia, Borneo, Angola, Zaire, Sierra Leone,Tanzania, Arkansas e negli Urali.

Le nostre amatissime gemme si presentano con un taglio detto tecnicamente “a brillante”, sperimentato all’origine da Vincenzo Peruzzi e perfezionato successivamente dai principi di ottica matematica, che hanno permesso di migliorare il valore della pietra preziosa.

Oltre alla forma "a smeraldo" (rettangolare con i vertici smussati), a "baguette" (rettangolo allungato), quadrato ("carrè"), triangolare e a navetta, a princess e radiant, quella più comune è a brillante tondo costituito da 33 facce sopra (la tavola ha forma di ottagono più 32 facce che formano la cosiddetta "corona") e 24 sotto (il "padiglione"). La corona e il padiglione sono divisi da un contorno grezzo o finemente faccettato.

Il valore di una pietra così bella e affascinante è stimato in relazione a quattro fattori che gli esperti hanno codificato “le quattro C”: colour (colore), clarity (purezza), cut (taglio) e carat (peso in carati o caratura).

Per quanto riguarda il colore contrariamente a quanto si crede comunemente non esistono solo diamanti trasparenti, ma anche gialli, bruni, verdicci, rosati, addirittura rossi e azzurri, questi ultimi poco commercializzati per la loro rarità e valore inestimabile

Basti pensare che per le sole pietre incolori o quasi, sono state messe a punto delle "scale di colore" (tra cui quella americana è la più usata), che utilizzano lettere a partire dalla D per i diamanti incolori fino alla N per quelli giallo-bruni.

Il concetto di purezza invece è stato fissato con un accordo internazionale e stabilisce che un diamante può definirsi puro se, osservato con una lente da 10 ingrandimenti non presenta nella sua struttura inclusioni, (carboni), ossia residui o tracce di altri minerali con cui il diamante si è cristallizzato, come diopside, olivina, granato, zinco, magnesio e fessurazioni naturali o indotte, ed infine linee di accrescimento del cristallo originario.

La scala della purezza classifica le gemme con termini espressi in lettere. Al gradino più alto ci sono le F ("flawless", puro) per passare alle IF (internamente puro), alle VVS ("very very small inclusion"), e così via.

Anche la precisione del taglio con cui il diamante viene lavorato rappresenta un fattore decisivo capace di potenziarne il valore o determinarne un danneggiamento permanente.

Oltre al taglio vanno valutati le proporzioni del taglio stesso, la simmetria tra le varie facce e la lucidatura. Per esempio per classificare i brillanti di peso inferiore a un carato si parla di "very good" per una brillantezza eccezionale, pochi e insignificanti segni esterni; "good" per una brillantezza leggermente inferiore, alcuni segni esterni più rilevanti; "poor" per una brillantezza inferiore, segni esterni piuttosto grandi e/o numerosi.

Ultimo, ma non per importanza è la caratura. L' unità di misura per le pietre preziose è il carato, pari ad un quinto di grammo (un carato = 0,20 gr) e il "punto" che equivale ad 1/100 di carato. (un diamante di 0,25 carati viene anche detto di 25 punti e le pietrine da contorno detti brillantini sono così piccoli che per fare un carato ne occorrono più di 200!!!!). Naturalmente maggiori i carati, maggiori i costi!!

Alla luce di tutto questo quando vi recate o… mandate qualcuno per voi dal gioielliere, per acquistare un diamante non pensiate di recarvici con un portafoglio magro… non esistono diamanti in liquidazione o poco costosi (tranne se pieni di difetti). Quando osservate la pietra non fatelo mai sotto luce artificiale o direttamente sotto il sole, ma all’ombra e possibilmente in una giornata serena. E’ sempre consigliabile acquistare solo la pietra e poi farla montare, se questo non fosse possibile conviene acquistare in gioielleria e farsi rilasciare un certificato di autenticità.

Per concludere vorrei darvi la lista dei più famosi diamanti del mondo, nel caso, tra di voi ci fosse qualcuna interessata a…

1. Millennium – 777 carati

2. Promessa del Lesotho - 603 carati – 2006- Lesotho

3. Cullinan I – 530,2 carati

4. Incomparable – 407,78 carati– Repubblica Democratica del Congo

5. Centenary – 273,85 carati – 1991 – Sudafrica – 247 facce

6. De Beers – 234,65 carati – 1888

7. Koh-I-Nohr – 105,6 carati – India

8. Stella del Sudafrica – 47,69 carati– Sudafrica

9. Hope 45,52 carati

IL MACULATO CHE NON TRAMONTA MAI!!


Guardando indietro negli anni, sfogliando riviste di moda del passato, stampe, fotografie di star e attrici, cartelloni pubblicitari, possiamo notare che poche sono state le tendenze fashion che non sono sopravvissute al tempo, facendosi espressione di gusti, tendenze e condizioni differenti.

Tra queste assume un posto di rilievo lo stile leopardato, detto anche maculato, animalier, animal print,
un genere che imperversa nell’abbigliamento femminile ormai da decenni.

Amato o odiato il maculato ha simboleggiato bon ton e glamour pudico, soprattutto su donne come Jacklyn Kennedy, icona di gusto e stile.

Agli antipodi è stato espressione di eccesso e lusso sfrenato negli anni d’oro di Hollywood; ma pensiamo anche a Christian Dior che già dalle sue prime collezioni nel 1947 lanciò il maculato, come elemento di distinzione sociale, tanto che le signore parigine che indossavano i suoi capi venivano attaccate per strada per l’eccessivo sfarzo. Anche Valentino negli anni 70 con la collezione di pellicce di zibellino bianco foderate di leopardo ha dato libera espressione al lusso.

Passando come strumento di seduzione sui corpi delle pin-up, negli anni ‘70 diventa icona del mondo pop e rock, (sono questi gli anni in cui Roberto Cavalli brevetta un rivoluzionario procedimento di stampa sulla pelle e comincia a creare i primi patchwork, utilizzando stampe animalier come lo zebrato, il pitone, le scaglie di pesce e naturalmente il maculato), fino a decadere nel trash ad opera delle contaminazioni delle sottoculture.

Alla fine degli anni 80 grazie all’intervento di Azzedine Alaia il maculato, associato ad abiti perfettamente scolpiti al corpo, e alle tinte del nero e del carne, ritrova la sua veste chic e,

ritrovata la sua identità il leopardato si è riaffermato per non sparire più.

Infatti molti sono stati i creativi che hanno interpretato secondo il loro gusto e stile la tendenza.

Armani, seppur rigoroso nelle scelte stilistiche, ma eccellente nel saper cogliere i gusti della gente, ha proposto la stampa nelle sue collezioni, soddisfando il desiderio di evasione e trasgressione della donna moderna, che vuole lasciar emergere anche il lato selvaggio, cacciatore e dominatore di sé.

Pensiamo anche ad Angelo Marani che l’ ha associato a tinte flou, a Gai Mattiolo, Cèline, Blumarine, Jean Paul Gaultier,Moschino, Anna Molinari, La Perla, Sonia Fortuna tutti contagiati dalla mania maculato.

Il leopardato resta comunque un elemento inconfondibile che contraddistingue lo stile Dolce&Gabbana, tanto che la griffe ha firmato una collezione,
non a caso, “Animalier” di accessori esclusivamente maculati.
Anche per questa stagione autunno inverno tutte le case di moda,  da Prada, a Fendi, Dior, Ungano, Marras, Vuitton, Valentino, Dolce&Gabbana, Moschino, 
Gaetano Navarra, Rocco Barocco, Alessandro Dell’Acqua,
Roberto Cavalli, Sportmax, H&M, Marc Jacobs, Thes & Thes, Innuè, Michae
Kors, Pollini, Casadei, Tod’s (solo per citarne alcuni),
hanno proposto pezzi del guardaroba
che si rifanno alla pelle a macchia di leopardo,
conferendo tocco graffiante, selvaggio, sexy e iperfemminile
a trench top, bluse, giubboni, cappotti, maglie, abiti, fuseaux, slip, borse, scarpe, stivali, ballerine, accessori, cinture, cappelli, guanti.
E’ una mania che contagia e che colora di  tinte selvagge la quotidianità urbana!!

NOSTALGIA DI TINTARELLA…….

E’ proprio vero che con l’autunno e l’avvicinarsi dell’inverno diventano molto rare le possibilità di uscire a fare una passeggiata e sperare che i pochi tiepidi raggi di sole possano ancora baciare la nostra pelle colorandola di dorato!!!

Purtroppo con il freddo, i colori morti e spenti delle stagioni fredde si rimpiange il sole, il caldo e soprattutto il colorito salutare che improvvisamente cambia, impallidisce e scolorisce.

Ma ormai da tempo il problema della tintarella invernale non è più qualcosa da temere o di cui preoccuparsi.

Sempre maggiore è il numero di persone, indistintamente uomini e donne, adulti e ragazzi, che non riescono a rinunciare almeno ad un viso cioccolato o ambrato, e che cercano con ogni mezzo di allontanare il pallore cadaverico riflesso nello specchio!!!

Infatti sul mercato abbiamo a disposizione rimedi differenti: dalle creme abbronzanti, che applicate con costanza colorano delicatamente e uniformemente la pelle e le ormai consolidate lampade, che scaricano raggi ultravioletti sul corpo, “bruciacchiando” l’epidermide.

E’ scontato ribadire che l’esposizione a questi tipi di raggi non sia del tutto salutare per la nostra pelle e che la stragrande maggioranza dei dermatologi sconsigli questo rito, diventato ormai una prassi e una abitudine a cui nessuno riesce a rinunciare.

Considerando però l’aumento spropositato della richiesta da parte dei clienti di sottoporsi a questo tipo di trattamento, non resta altro che suggerire almeno le modalità più adeguate, le precauzioni da prendere e da non sottovalutare per evitare gravi problemi della pelle: dall’aridità all’invecchiamento, dai danni all’elastina e al collagene più profondo della pelle.

Infatti così come al mare è necessario esporsi al sole in modo graduale, per evitare scottature e per conservare l’effetto prolungato dell’abbronzatura sana presa, è importante allo stesso modo seguire scrupolosamente regole specifiche per chi volesse sottoporsi a lampade abbronzanti, senza lasciarsi travolgere dalla mania dell’abbronzatura rapida senza protezione.

· Prima di tutto sono da preferire lettini e docce solari che emettono uno spettro simile a quello del sole, che comprende sia raggi UVA, sia UVB.

· I tempi di esposizione variano e vanno stabiliti in base al tipo di fototipo a cui la nostra pelle appartiene. I fototipi più scuri possono esporsi per tempi non superiori ai 10-12 minuti; naturalmente albini e rossi non devono neanche immaginare di farsi una lampada: morirebbero ustionati!!

· La frequenza: per gli amanti della tintarella non sarà un dato rassicurante, ma rigorosamente una sola lampada al mese.

· Per prevenire l’invecchiamento cutaneo e l’eridema è importante assumere almeno per un mese, attraverso integratori alimentari, vitamine E, C, PP, che contribuiscono a conservare un livello ideale di antiossidazione.

· Per evitare carcinomi e danni irreversibili alla pelle è assolutamente obbligatorio usare creme con schermo protettivo più alto del solito (ricordiamoci che non abbiamo fretta e che l’artificialità si paga in qualche modo!!).

· Fattore che molti ignorano è che prima di fare una lampada bisogna sospendere l’uso di sostanze fotosensibili: dai profumi ai farmaci anticoncezionali, ai cortisonici e alcuni tipi di antibiotici, responsabili dell’insorgere di antiestetiche macchie cutanee.

· Se sopraggiungono fotodermatiti e reazioni fotoallergiche è da incoscienti ostinarsi ad assorbire raggi che danneggiano noi stessi: bisogna sospendere il trattamento.

· Per chi soffre di malattie come vitiligine, rosacea, herpes il ricorso alle lampade è assolutamente sconsigliato.

· Nel caso in cui stesi sul lettino o in piedi sotto la doccia solare si avvertono sintomi di cali di pressione, è inutile fare gli eroi, uscire immediatamente.

· Non dimenticarsi mai di coprire gli occhi con gli appositi occhialini.

· Dopo l’esposizione è necessario rinfrescare e idratare la pelle del corpo con una crema lenitiva e adatta allo scopo.

Se si seguissero questi suggerimenti e se al tutto si associasse anche una cospicua dose di buon senso, sicuramente si riuscirebbero a limitare i danni dell’esposizione a raggi artificiali e a salvaguardare di più la nostra salute.

Se infatti ci si sottopone occasionalmente anche la lampada diventa innocua, anzi può aiutare a tenere sotto controllo i disturbi reumatici, ed assorbire l’umidità che penetra d’inverno nelle ossa.

Ma l’abbronzatura è diventata una mania, e dato ancora più sconcertante, secondo uno studio pubblicato sulla rivista “Archives of pediatrics and adolescent medicine”, sia divenuta la nuova sindrome dei ragazzi occidentali che in migliaia risultano affetti da quella che gli inglesi hanno denominato “tanorexia” ( tan=abbronzatura), una patologia che induce gli adolescenti a vedersi sempre pallidi e schivare questo aspetto che detestano si sé correndo in un solarium (sembra che a 19 anni un terzo delle adolescenti abbia già fatto tre lampade).

Essendo statistiche da brividi, l’Organizzazione mondiale della sanità ha avanzato ai vari Stati la proposta legislativa di vietare il solarium agli adolescenti di età inferiore ai 18 anni, ma gli interessi economici confermano, per l’ennesima volta, di contare molto di più di qualsiasi altra iniziativi “pro-uomo”.

“Il diavolo veste Prada”: lavorare nella moda….che fatica!!!!

La moda è un mondo affascinante, patinato, luccicoso, lussuoso, magico, soprattutto se lo si guarda con occhi esterni che ne captano solo l’apparenza.

Andando al cinema per la proiezione del film rivelazione “Il Diavolo veste Prada” avrete modo di capire la moda e di immedesimarvi in coloro che la creano e vi lavorano, per rendervi conto di aspetti che altrimenti non conoscereste mai.

Ma procediamo per gradi.

Tratta dall’omonimo best-sellers di Lauren Weisberger, la commedia, sapientemente diretta da David Frankel, e supportata da un cast di tutto rispetto, (dall’impeccabile Meryl Streep, alla dolce e caparbia Anne Hathawayo), grazie ad un ritmo veloce, ad un copione scherzoso, ad una mimica accentuata, ad una scenografia dinamica, narra una vera e propria favola moderna americana.

Andrea (Andy per gli amici), è una giovane neo laureata in giornalismo alla ricerca di una occupazione e di una esperienza che possa lanciarla nel mondo del lavoro. A New York, dove vive con il fidanzato, riesce ad ottenere un colloquio in una rivista di moda, la più nota d’America, RUNWAY, la cui direttrice, austera ed esigente, temuta dai suoi collaboratori, vanta una gran fama e notorietà, non solo nella moda, ma anche nella carta stampata.

Andy, che non ha nulla della ragazza alla moda, né stile, né gusto, né frivolezza, ma tanta determinazione, attrae la perfida Miranda Priestly, che decide di assumerla come sua seconda assistente.

I primi tempi sono per la ragazza davvero duri, maltrattata, umiliata, beffeggiata…ma stringe i denti fino a quando, stufa di non riuscire a farsi apprezzare, decide di modificare il suo modo di porsi e dare una svolta alla propria immagine, per adattarsi all’ ambiente.

Il cambiamento, notato ed apprezzato comporta molti stravolgimenti nella vita di Andy: maggiore considerazione sul lavoro, tanto da diventare prima assistente, ma a che costo?

La tenace e ambiziosa ragazza si ritrova catapultata nella morsa dell’ascesa professionale, vinta tra il successo, che demoniaco la tenta ad ottenere sempre qualcosa in più e vivere nuove esperienze, e i suoi valori, sentimenti, affetti che hanno fino a quel momento guidato ogni sua scelta.

Certamente non sarò io a svelarvi l’epilogo del film, perché preferirei lasciare a voi il piacere di scoprirne la parte più interessante….

Posso aggiungere che la freschezza e la dinamicità dei ritmi di narrazione, le tecniche di montaggio, la scenografia, la cura dei dettagli, l’ilarità dei personaggi, le scelte musicali assolutamente di moda, allieteranno 109 minuti della vostra serata.

E cosa dire di più: se siete appassionate di moda questo è certamente il film giusto per voi!!

La moda resta l’assoluta protagonista dell’intero film; sembra infatti, al di là della storia narrata, di passare continuamente dinanzi a vetrine, in cui vengono volutamente esibiti, con frequenza ed alternanza maniacale abiti (dei più belli), sempre nuovi e diversi, scarpe, accessori, delle griffe più prestigiose, naturalmente Prada, ma anche Chanel, Valentino, Galliano, Donna Karan, che volutamente diventano protagonisti di inquadrature e scene.

Quale migliore occasione per potersi immedesimare e credere di vivere in un mondo così magico, che nella realtà risulta così irraggiungibile?

Grazie all’esperienza di Andy saremo tutti meno cinici nel giudicare la moda, perché avremmo constatato che è il risultato della dedizione, del lavoro, della passione e soprattutto dei sacrifici di coloro che sono disposti a vendere la propria anima al “diavolo” pur di seguirla e renderla perfetta.

In fondo Miranda conclude: “Tutti vorrebbero essere noi”, ma solo per come appariamo, sicuramente non per quello che realmente siamo.

Si tratta di scelte da prendere, di una vita divisa, di una medaglia con due facce, di una realtà a doppio taglio che tanto può darti, ma tanto ti chiede!!

Buona visione!!

PER SAPERNE DI PIU’ SULLA MODA

Al di là della sua dimensione estetica la moda, considerata erroneamente da molti come un gioco atto a soddisfare i desideri frivoli delle fashion’s victimes, è in realtà un fenomeno molto vasto e complesso, portavoce ed espressione, non solo di gusto, bellezza, ricerca ed innovazione, ma anche di cambiamenti sociali, culturali, artistici, economici e politici.

A dimostrazione di questo la storia e il passato ci testimoniano quanto la moda abbia e continui ad interagire con la realtà circostante.

Infatti quando l’uomo cominciò a sentire il bisogno di coprirsi, non solo per proteggersi dal freddo, ma anche perché spinto dal pudore di vedersi nudo, ricorse, per avvolgere il proprio corpo, agli abiti, i quali assunsero caratteristiche differenti in base alle razze, agli ambienti, alle religioni, alle culture.

Se solo ci soffermassimo a considerare e seguire l’evoluzione dell’abbigliamento nella nostra cultura occidentale, potremmo notare che ad ogni periodo storico corrisponde una specifica foggia vestimentaria, che ne diventa emblema.

Per esempio l’ascetismo medievale, la trascendenza e il senso di elevazione a Dio, come ben evidenti nelle opere architettoniche del periodo (pensiamo allo stile gotico), trovano espressione anche nell’abbigliamento che si minimalizza in tuniche lineari, leggerissime che ricoprono un corpo flebile, quasi inesistente, così come nelle scarpe che si fanno a punta ed alte.

I sentori di cambiamento cinquecenteschi, la rivalutazione dell’uomo, centro dell’universo, il culto della bellezza fanno rifiorire il senso del gusto e della conoscenza, che si riversa non solo in campo culturale, umanistico e scientifico, ma anche nell’adozione di una nuova decorosa e graziata “mise”.

Lo stesso vale per il rigore barocco, tradotto in gorgiere, abiti rigidi, pesanti, assolutamente austeri; il degrado libidinoso settecentesco in abiti sfarzosi, impreziositi, scollati oltremisura.

La moda, come espressione del sociale, si è evoluta di pari passo con l’uomo, con le sue concezioni, credenza, conoscenze e scoperte.

Per quanto riguarda il concetto creativo legato alla moda è importante tenere presente che l’evoluzione delle fogge ha seguito tempistiche molto lente durante i secoli scorsi, rispetto al novecento quando i cambiamenti si sono susseguiti con una rapidità fulminea: decennio per decennio.

Un inesorabile processo di evoluzione stilistica e concettuale è datata ai primi del novecento quando Poiret, noto stilista francese, liberò la donna dalle costrizioni del corsetto, proponendo abiti morbidi dalle ispirazioni orientali e sgargianti nei colori, presi in prestito dai Fauves, spinto dalle influenze dei Balletti Russi, dell’attività sportiva che richiedeva maggiore libertà nei movimenti.

Sulla stessa linea di Poiret si orientarono nell’ambito della sartoria altri noti personaggi tra i quali Madeleine Vionnet, che con l’equilibrio dei suoi drappeggi e sbiechi riportò in voga il genere classico dell’abito greco.

Tra il 1910 e il 1930 la storia del costume conosce due fenomeni decisivi che imprimeranno una svolta decisiva nel concepire la moda: il Futurismo, lo stravolgimento delle convenzioni, e il costruttivismo russo i quali tradussero rivoluzioni concettuali in vere e proprie forme: pensiamo ai capelli corti a caschetto, le gonne accorciate e le linee scivolate sui fianchi.

A Coco Chanel va il merito di aver emancipato la moda femminile attraverso una contaminazione con l’abbigliamento maschile, di aver introdotto il minimalismo, il tubino nero, il tailleur in tweed, la bigiotteria e il gioiello enorme,la borsetta con la catena, il celebre profumo N°5, coniugando sogno a praticità.

Anche nel secondo dopoguerra Christian Dior coglie il desiderio di rinascita della società proponendo gonne a ruota realizzate con enormi quantità di tessuto, colori pastello, vita stretta, lusso, per dimenticare gli stenti e le privazioni della guerra.

E’ con il prèt-à-porter nato negli anni 60 che la moda si pone dinanzi alla questione: esclusività e diffusione. Questi anni vedono l’imporsi della minigonna, della moda fumetto, pop, delle geometrie di Courrèges, delle placche metalliche di Paco Rabanne, della scoperta di nuovi tessuti e materiali, della nascita delle controtendenze, l’antimoda, negli anni 70 in concomitanza con la nascita di marchi come Albini, Basile, Armani, Krizia, Missoni. Negli anni 80 con Versace trionfa l’artificiosità, il lusso, la mania del tutto griffato, delle spalle grosse, dei corpi perfetti. Passando per gli anni 90 fino ad arrivare al ventunesimo secolo abbiamo assistito ad un affermarsi del minimalismo e un revival ciclico delle tendenze passate, in segno di una instabilità continua e ricerca di innovazione costante.

Fatto sta che il nuovo si ispira e si combina sempre con un desiderio sociale, profondo ed esistenziale di cambiamento.

UNA DENOMINAZIONE PER OGNI TIPO DI SCARPA


Passione, mania, feticcio, le scarpe hanno acquistato una posizione principe, non solo tra gli accessori, ma anche nell’abbigliamento.

Certo che osservare la tecnologia, la minuziosità, i bilanciamenti, le proporzioni, le tecniche con cui oggi vengono studiate e costruite le nostre scarpe fanno pensare a quanto i nostri progenitori siano stati sfortunati nel non poter godere di una comoda e confortevole calzatura, ma di doversi accontentare di calzari vegetali, animali realizzati in materiali organici.

Infatti i primi calzari erano costituiti da una suola bassa in cuoio, tomaia in pelle con fibre vegetali ritorte e imbottiture in fieno interne per proteggere il piede durante l’inverno.

Anche gli egiziani utilizzavano sandali realizzati con filamenti di palma e papiro; i persiani babbucce di cuoio.

I greci studiando la concia dei pellami e ricostruendo l’impronta impressa sulla sabbia su forme in legno, non solo distinsero il piede destro dal sinistro, ma sperimentarono accanto alle clamidi, calzari in cuoio e stoffa, in ambito teatrale anche i coturni, progenitori delle tanto attuali zeppe, che hanno invaso le vetrine dei negozi l’estate scorsa.

Si racconta che le prostitute portavano sandali con inciso nella suola “seguimi” per lasciare le loro impronte in strada, così come i soldati vi incidevano la sagoma del loro avversario in senso di disprezzo: “ti calpesto”.

I romani distinguevano i calcei, calzature dalla suola più o meno spessa, senza tacco, con il collo del piede protetto da una tomaia alta e lacci di cuoio che avvolgevano e stringevano piede e polpaccio (tra le più note soprattutto nel popolo e nei militari, le caligae, così chiamate in onore dell’imperatore Caligola), dalle solae, semplici suole fermate al piede attraverso stringhe di cuoio passanti per le dita.

Dal medioevo la varietà e la qualità delle calzature cominciarono a migliorare. Apparvero i primi stivaletti in feltro suolati in cuoio, che a volte facevano un tutt’uno con le calzebrache, i zoccoli contadineschi in legno, lo stivallo alto al polpaccio. Nel 1300 furono confezionate le prime scarpe di panno, poulenne, e più in voga dovevano essere bianche dalle punte lunghissime, rialzate a becco. Del ‘400 sono scarpe bassissime a punta in pelle colorata, velluto e raso.

Nel 500 la punta delle scarpe si arrotonda e contrariamente alla foggia quattrocentesca diventano altissime, i tacchi vertiginosi, (60 cm) tanto che le dame dovevano essere sorrette da accompagnatori mentre camminavano.

Nel 600 assistiamo alla comparsa delle guarnizioni: rosette, fiocchi, grandi fibbie preziose, risvolti, tacchi alti, arrocchettati e rossi, punte quadrate…

Nel 700 le scarpe si impreziosiscono come gioielli, realizzate in stoffa di seta come gli abiti sui quali venivano abbinati. Nell’800 lo stile e il gusto si ridimensiona, le calzature diventano piccole, basse, allacciate alla caviglia.

Ma grandi evoluzioni della scarpa sono databili al secolo scorso, quando, grazie alla sperimentazione di nuovi materiali e soprattutto a studi, ricerche, di noti personaggi, pensiamo solo a Ferragamo che mise a punto una struttura di rinforzo per il tacco, studiò la corrispondenza tra curva e alzata del tacco da modificare per ogni tipo di scarpa e per rendere indeformabile la sagoma della scarpa brevettò una barretta di acciaio detta schiena d’asino, si è riusciti a realizzare calzature non solo piacevoli alla vista, ma anche comode e adatte all’anatomia del piede.

Obiettivo di questo articolo, oltre a voler acculturare le lettrici sulla storia di un accessorio tanto importante è soprattutto offrire un glossario terminologico adeguato per classificare correttamente una scarpa in base al modello.

Cominciamo dalle più note.

DECOLLETE’ o CARLO IX è una scarpa dal taglio intero e con scollo continuativo; nata come calzatura maschile, diventa scarpa femminile nella metà del 900. Negli anni 60 il tacco è basso, grosso, con punta arrotondata; negli anni 70 il modello è più corto, voluminoso, il tacco è molto alto e massiccio (plateau), nascosto sotto i pantaloni; negli anni 90 i tacchi sono conici,gli scolli molto alti; nel 2000 il tacco sottilissimo, la punta sfilata.

Al classico e semplice modello si aggiungono varianti con PUNTINA e TALLONCINO svirgolati o a coda di rondine.

Il modello Carlo IX aggiunge al modello base un laccetto a metà del collo del piede, fermato con bottone o fibbia di fianco.


CHANEL prevede uno scollo continuo, ma montaggio non intero, per la presenza di un’ apertura posteriore nel tallone, caratterizzata da cinturino; la variante prevede aperture laterali.

FRANCESINA nasce in Francia; la tomaia anteriore MASCHERINA sormonta i GAMBINI, con laccetti e la LINGUETTA sottostante. La distanza dei gambini è fissa quindi l’allacciatura non è estensibile.

DERBY scarpa maschile di tradizione inglese, detta anche OXFORD. La tomaia è costituita da più parti, la linguetta è un tutt’uno con la tomaia.

MOCASSINO pellame ovalizzato intero che avvolge come un sacchetto il piede; ha tradizione antica; è un tubolare, tutto intero,comodo e funzionale; è costituito da una VASCHETTA anteriore, ARRICCIATURA,che avvolge il piede, BORDO TENNIS, TALLONE RIPORTATO, BARRETTA, che collega l’interno con l’ esterno su cui è riportato un taglio a graffa, che varia con le mode.

SANDALO FRATE suola bassa in cuoio e tomaia ridotta a fasce che avvolgono il piede, chiusa con cinturino laterale.


SANDALO INFRADITO di tradizione egiziana, non ha bisogno di spiegazioni, è ormai più che noto.

CHARLESTON scarpa usata dai ballerini, con un NASELLO in cui passa un cinturino che sale sul collo del piede, per mantenere l’ancoraggio

STIVALE TRONCHETTO, tipico quello stile Liberty al polpaccio, STIVALE A TUBO, presenta la stessa ampiezza della suola nel collo di inserimento del piede; STIVALE ADERENTE, quelli che aderiscono alla gamba, da aprire necessariamente con una zip o abbottonatura.

SPUNTATO prevede apertura anteriore che lascia vedere l’alluce

Care lettrici, da oggi vantate di saperne una in più sulle scarpe e essere capaci solo con un colpo d’occhio di individuare il modello giusto….ah dimenticavo, ricordate che quando andate in negozio per comprare un paio di scarpe eleganti con il tacco fate attenzione a quale delle due il commesso vi porge: se conosce il suo mestiere deve farvi provare sempre la sinistra, se così non fosse richiedetela voi, il piede sinistro essendo più snello calza con più eleganza una scarpa del genere.

PER RIMANERE ETERNAMENTE GIOVANI ……. ALCUNE SOLUZIONI!!!

E’ il sogno di ogni donna mantenere il più a lungo possibile la tonicità e la freschezza di uno sguardo e un corpo giovane.

Soprattutto nel mondo dello spettacolo e della televisione in cui l’immagine rappresenta una carta vincente e sembra contare più di ogni altra attitudine, è diventato indispensabile ricorrere a rimedi o interventi di vario genere per prolungare un aspetto non appesantito e affaticato dai segni del tempo.

Oggi comunque l’interesse a conservarsi giovani non è più solo una prerogativa di donne in carriera o di successo, ma sta diventando il “tormentone” di tutte coloro che non accettano di guardarsi allo specchio e vedere riflessa un’immagine di sé diversa da quella migliore a cui erano abituate.

Per questo tutto il mondo della cosmesi e della chirurgia plastica ha messo a punto prodotti e tecniche di intervento sempre più soft e microinvasive per soddisfare bisogni e desideri di un numero sempre crescente di donne.

Per esempio per eliminare le rughe fino a qualche tempo fa si ricorreva al lifting con incisioni di acidi ialuronico nei tessuti che portava mediocri risultati e di breve durata.

Oggi in prestigiosi laboratori universitari è stata ricavata da cellule dermiche una molecola, Dermal Filler identica al collagene della nostra pelle che, iniettato, rassoda e riempie i solchi del viso, assicurando una durata annuale.

Ancora più innovativa e delicata nel trattamento delle rughe è la radiofrequenza che, sfruttando il calore, stimola l’afflusso di sangue e l’azione dei fibroblasti a riattivare il processo di rigenerazione cellulare.

Anche i segni d’espressione che si insidiano tra sopracciglia, naso e bocca sono stati trattati con sostanze che, paralizzando i muscoli sottostanti e rilassando i tessuti epidermici, conferivano risultati poco naturali sui quali si è riusciti a produrre effetti migliori grazie a miscele di botulina e acido ialuronico.

Le borse e le zampe di gallina si distendono mediante invisibili incisioni in anestesia locale, con pochi giorni di convalescenza e soprattutto senza cicatrici.

Per le macchie, lentiggini, cicatrici da acne un laser a fibre ottiche stimola contrazioni che ricompattano la pelle, rassodandola, levigandola ed eliminando le imperfezioni.

Alla tecnologia degli ultrasuoni si ricorre anche per rimodellare il corpo.

Infatti gli ultrasuoni riescono a sciogliere i depositi di grasso sostituendo le dolorose e pericolose liposuzioni.

Ricercatori e chirurghi plastici hanno pensato davvero a tutto anche a ricompattare e tonificare con iniezioni di acido ialuronico il dorso delle mani (spesso segnato da antiestetiche rughe) e l’interno braccia, aumentandone il volume cellulare, oppure ricorrendo ad una nuova tecnica che prevede l’iniezione di siero prelevato da piastrine isolate dal sangue dei pazienti dopo un prelievo, utilizzabile anche per viso, collo e decolletè.

Oltre ai rimedi elencati sono state studiate formule di ultima generazione che coniugano elementi naturali e sintesi chimiche, come lo xilosio, molecola prodotta da uno zucchero naturale, rivelatasi un ottimo legante capace di ricostruire il derma; oppure la vitamina C associata all’acido glicolico per risolvere problemi di inestetismi, peeling illuminanti, antietà e antimacchie, acidi di frutta ottimi per scrub che purificano la pelle dalle cellule morte; maschere rassodanti per viso, collo e decolletè a base di oligoelementi; balsami caldi per nutrire ed idratare la pelle del corpo, polvere di perla, estratto di caviale, alghe per alleggerire borse ed occhiaie.

Per coloro che non vogliono ricorrere a bisturi, creme, attrezzi tecnologici per agire sulle prime rughe è possibile confidare nei rimedi naturali per ottenere uno sguardo disteso,

come dirigere il getto d’acqua fredda della doccia verso il viso.

Se poi non riuscite ad accettare che il tempo passa un po’ per tutte, cominciate da ora a pensare di prendere sul serio l’interessante iniziativa americana di depositare in gioventù cellule cutanee da poter riutilizzare al primo campanello d’allarme!!

Non c’è più nulla da temere: è finalmente possibile rimanere eternamente giovani!!


Elisabetta Gianfelice

LO SAPEVATE CHE CON LE CALZE…


Rappresenta ormai un accessorio fondamentale dell’abbigliamento femminile, la calza completa e decora il nostro abbigliamento.

Abbinata all’abito, decorata con ricami o strass, indossata con il sandalo, ripiegata sugli stivali, stampata, floreale, colorata, a righe multicolor, velata, coprente, corta, lunga, autoreggente è complemento del look a cui le donne non riescono a rinunciare.

E poi quante qualità possiede: sottolinea la flessuosità delle gambe, ne aumenta il fascino, la seduzione e perché no, le riscalda d’inverno, e possiede anche benefiche proprietà salutari, che forse non tutti hanno dimenticato!!

Eppure le calze non sono state sempre visibili e neppure prerogativa per eccellenza femminile. Infatti nel Medioevo e nel Rinascimento, realizzate in seta, erano indossate prevalentemente dagli uomini perché alle donne non era permesso far vedere le caviglie.

In sostituzione delle “brache” assunsero colori vivaci e diversi, diventando per gli uomini, simbolo distintivo a livello sociale e politico. Ai veneziani bisogna attribuire il merito di aver realizzato la prima calza aderente in maglia nel 500, mentre per la produzione a macchina sarà necessario attendere il 700, secolo in cui il diplomatico Antonio Correr introdurrà la tecnica della lavorazione a maglia anche in Italia. Per tutto il 700 e 800 la sua realizzazione ebbe modo di perfezionarsi e impreziosirsi di ricami, trine, legacci, nastri, gioielli. Alcune venivano cifrate in alto con le iniziali del proprietario e fregiate con il nome del fabbricante. Raffinate per eccellenza erano quelle di seta bianche, indossate per le grandi occasioni, ma la sperimentazione delle tinture ne permise la produzione di rosse, gialle, nere, paonazze in modo da possederne un paio per ogni abito…

Non era un caso che a possedere nei propri corredi numerosi paia di calze fossero soprattutto principesse ed esponenti delle classi facoltose!!!

Ma la vera rivoluzione nella storia della calza si è avuta solo nei primi decenni del 900 quando, grazie alla scoperta del rayon (seta artificiale) negli anni 20 e del nylon ( fibra sintetica) negli anni 30, fu possibile ad un numero maggiore di donne acquistarle, grazie al ridimensionamento dei costi. Negli anni 40 la calza, diventata uno status symbol, nonostante fosse impossibile comprarla, considerato l’avvento della guerra, rimase per le donne elemento irrinunciabile, per questo simulavano di indossarle, ricorrendo allo stratagemma di disegnarsi la riga posteriore lungo le gambe.

Nel corso degli anni la calza ha subito ulteriori cambiamenti, arricchendosi in velature e varianti colore. Negli anni 60 la Dupont lanciò sul mercato una nuova fibra elastam lycra che divenne per eccellenza materia prima per la loro realizzazione, nella versione coprente, grazie soprattutto all’imporsi della minigonna di Mary Quant.

Da allora le calze hanno modificato il proprio aspetto decennio per decennio: negli anni 70 sono state di gran lunga preferite quelle di pizzo; negli anni 80 quelle velatissime; negli anni 90 studiate per conferire il maggior comfort possibile.

Attualmente l’evoluzione tecnologica ha permesso addirittura la realizzazione di calze profumate, assorbenti, massaggianti, idratanti, antitraspiranti, arricchite di sostanze vegetali come aloe e ginseng, rilasciate a contatto con la pelle e il calore corporeo.

Bene donne, oggi abbiamo la possibilità, senza alcun limite di scegliere le calze che più si adattano ai nostri bisogni, esigenze, gambe e……spalle!

Si avete capito bene, spalle.

Per concludere vorrei suggerirvi un metodo casalingo per realizzare un coprispalle con le calze. In base all’abbinamento o l’effetto da suscitare, scegliete un paio di collant coprenti o con grammatura inferiore, ma non velate, perché più facilmente smagliabili e di taglia maggiore rispetto a quella che usate normalmente.

Tagliatele sia nelle parti anteriori del piede dove è evidente una tessitura più compatta sia lungo la cucitura del cavallo, (davanti o dietro) fino ad ottenere una apertura sufficiente all’inserimento delle braccia e della vostra circonferenza torace. Per evitare che i tagli a vivo si smaglino bordateli con un nastrino di raso o orlate con la macchina da cucire; se avete fretta potreste spennellare i margini con dello smalto trasparente che indurisce la maglia bloccandola: l’effetto sarà inevitabilmente meno raffinato, ma se fatto con attenzione e precisione può dare buoni risultati!!

Per facilitare l’accostamento delle due parti tagliate, in modo che si ricongiungano sul davanti, ricorrete a nastri da applicare sulle estremità, a spille, bottone e capioletta realizzata in filo…

Infine se il coprispalle ottenuto vi appare anonimo e scontato, soprattutto se avete deciso di realizzarlo su calza monocromatica e liscia, potreste cimentarvi a decorarlo con perline, nastri, ricami, paillettes, strass termoadesivi e qualsiasi cosa vi venga in mente!!!

Buon divertimento!!!

Elisabetta Gianfelice

QUALI TESSUTI INDOSSEREMO NEL TERZO MILLENNIO?


Siamo giunti in un’epoca in cui la tecnologia e l’innovazione rappresentano fattori vincenti, indispensabili per garantirsi una vetrina competitiva sul mercato.

Come molti settori anche la moda investe molte risorse nella ricerca, soprattutto per quanto riguarda lo studio e l’evoluzione delle fibre tessile, che, associate alla creatività, alla qualità e alla raffinatezza del design, fanno il prestigio del nostro Made in Italy.

Sono state infatti sperimentate e realizzate delle nuove fibre che hanno rivoluzionato il modo di pensare, ma soprattutto vivere i tessuti, coinvolgendo industrie chimiche, produttori di fibre, tessitori, designer.

Comunemente non li troviamo ancora nei negozi, perché particolarmente costosi date le loro alte e particolari prestazioni, motivo per cui non utilizzati nelle realizzazioni di campionario di molte aziende, ma riservate a sperimentazioni, mercati mirati, ed abbigliamento active.

Amicor, per esempio, è una fibra che, dotata di microcapsule contenenti aloe, a contatto con il calore corporeo è capace di rilasciare fragranze piacevoli (vaniglia, limone, lavanda), che assicurano non solo freschezza, ma anche una efficace azione antiallergica a forme di asma e sinusite e antibatterica, grazie alla presenza di argento o sostanze in grado di evitare la formazione di funghi e batteri, cause principali di cattivi odori.

Anche il carbone attivo e la polvere di giada, contribuiscono a mantenere freschezza soprattutto se concentrati nel cavallo dei pantaloni o nei giri manica.

L'effetto di questo tessuto è garantito per 40 lavaggi: pensate per chi soffrono di una sudorazione eccessiva…un vero sollievo!!!

Le “trovate” più stravaganti ci sono state proposte dai nostri concorrenti asiatici che ne hanno inventate davvero di tutti i colori…anzi tessuti!!

Ma lo sapevate che in Giappone hanno messo a punto un reggiseno capace di sprigionare delle sostanze anti-fumo che allontanano il desiderio di fumare? Sarà efficace? Non ve lo assicuro…

Ma i vantaggi che si possono ottenere dai nuovi tessuti hi-tech vengono incontro anche alla nostra salute, come garantito da ricerche che vantano firme di importanti università italiane e straniere: ci sono tessuti di cotone e lycra con circuiti e sensori collegati a computer in grado di monitorare coordinate corporee, utili per esempio in fase di riabilitazione; controllano il battito cardiaco e la pressione arteriosa; proteggono dai raggi UV, dagli agenti atmosferici; neutralizzano con fibre placcate di rame le onde elettromagnetiche negative. L’Hohenstein Institute ha realizzato indumenti che, mediante un balsamo contenuto in essi, combattono i dolori reumatici o riforniscono il nostro corpo di vitamine A,B,C. La tecnologia ha realizzato tessuti che grazie alla presenza di materiali in grado di modificare il loro stato fisico, in base alle temperature esterne o corporea, assicurano l’isolamento termico. Negli studi della NASA, invece vengono adoperati tessuti composti per il 95% da aria la quale isola non solo termicamente, ma anche elettricamente e acusticamente.

Oltre alle nuove fibre sono stati messi a punto finissaggi e tecniche particolari atti a migliorare le prestazioni, le caratteristiche strutturali, dall’aspetto, alla “mano” dei normalissimi tessuti naturali, soprattutto agendo secondo modalità ecologiche, come il ricorso al plasma che permette di modificare la superficie dei tessuti potenziando le capacità di tintura, antifeltrabilità, anti-pilling.

Sicuramente i nostri progenitori che si accontentavano di ricoprire il corpo con semplici pellami o i nostri nonni che conoscevano le sole maglie e calzini di lana, laboriosamente realizzati a mano o tessuti al telaio, sicuramente avrebbero motivo di mostrare perplessità dinanzi ad un progresso capace di rivestire, oltre l’immaginazione comune e l’inverosimile anche il corpo, modificandolo, estendendone sì le possibilità e capacità, ma anche invadendolo!

Elisabetta Gianfelice

PERSONAL SHOPPING ON-LINE: I CONSIGLI DELLA STILISTA SUL MODO DI VESTIRE IN BASE ALLE CARATTERISTICHE DEL CORPO.



Sarà capitato ad ogni donna entrando in un negozio per comprare un vestito di precipitare nella disperazione più assoluta quando, uscendo dal camerino delle prove e arrivando davanti allo specchio, ci si interroga se quell’abito all’ultimo grido, quel pantalone stretto alla caviglia o quella gonna troppo corta siano, al di là di ogni tendenza, davvero nei modelli e nei colori i più adatti per sé.

E’ questo un caso in cui lo shopping, più che risultare una piacevole esperienza di svago, come la brand experience insegna, e mezzo di evasione dallo stress, dalle preoccupazioni quotidiane, diventa un ulteriore motivo per accumulare ansie e nervosismi…..è inspiegabile descrivere la sensazione provata quando non si è riesciti a trovare ciò che si cercava o ancor peggio quando l’acquisto fatto ci ha lasciate insoddisfatte….qualcuno mi capirà sicuramente!!?...

Ma non bisogna farsi vincere dalla disperazione; per ogni problema (se questo, poi, tale può definirsi) c’è una soluzione; basta capire le caratteristiche del nostro corpo, conoscerne i punti di forza per valorizzarli e minimizzare o camuffare quelli che si ritiene non facciano parte dell’immagine che si vuole dare, seguendo alcuni accorgimenti… piccoli e innocui consigli.

Per le donne con un tipo di costituzione robusta, e con forme abbastanza arrotondate, punto vita largo, poco definito e fianchi abbondanti (“a mela”) è necessario creare verticalità per valorizzarle. Bisognerebbe preferire tessuti morbidi che accarezzino dolcemente le forme, evitando quelli grossi e rigidi (tweed troppo pesante), aderenti (il jersey), o con fantasie pesanti (scozzesi, grandi disegni, righe orizzontali) e lucidi.

Per i modelli, adatti i tagli che evidenzino la forma del corpo delicatamente senza costringerla nè nasconderla completamente con indumenti troppo larghi o lunghi; adatte le scollature profonde a V, che spezzano il volume, riducono il seno e focalizzano l'attenzione sulle spalle. Tra i colori il nero ‘snellisce’, ma può essere integrato da altre tinte: oltre al marrone e al blu marine, tinte fredde, verde, azzurro, tutti i toni del blu, il viola, il prugna. I colori caldi giallo, rosso, arancio possono donare vivacità al guardaroba associandoli ad accessori: dai foulard alle collane, dalle scarpe alle borse. Da scartare resta solo il bianco e il crema. La lunghezza delle maglie deve sfiorare i fianchi, e ricordate mai infilarle nel pantalone o nella gonna. Queste ultime da preferire a tubo; i pantaloni con coulisse in vita e linea fluida. Infine non appesantite la figura con sovrapposizioni tra capi troppo ampi e larghi, come il cappotto su pantaloni svasati o il cardigan su gonna larga o lunga.

Nel caso in cui abbiate il corpo con forma “a pera”, cioè ridotta nella parte alta, con busto e spalle strette rispetto a fianchi, cosce e glutei generosi, per dare equilibrio alla figura puntate su tonalità chiare per la parte superiore del corpo e scure per quella inferiore.

Ricorrete ad espedienti che riempiano le spalle (colli grandi, scollature tonde importanti, decorate con passamanerie, arricciature, giacche con spalle imbottite e squadrate) che non facciano notare la differenza con la circonferenza dei fianchi, per i quali andranno abbinati abiti lunghi appena sopra il ginocchio; gonne dalla linea dritta, scivolata, comoda, svasata, a portafoglio. I pantaloni meglio diritti e morbidi piuttosto che fascianti o con pinces, increspature e coulisse che aumentano l’ampiezza.

Per quelle di voi che non vantino invece centimetri da Vatussi, un abbigliamento monocromatico per esempio calze, gonna, pantaloni e scarpe dello stesso colore, grazie all’effetto conferito dalla continuità e dall’assenza di linee che spezzano la figura, aiuta a dare l’illusione di una silhouette più slanciata.

Sconsigliati sono gli espedienti che accentuano le linee orizzontali, le circonferenze o sartoriali che tendano a tagliare in due la figura (cinture grosse, piegoni alti ai pantaloni, abiti tagliati in vita); da prediligere sono in assoluto le linee verticali nelle armature dei tessuti, nelle stampe, nelle modellature, nella scelta degli accessori come sciarpe da portate lunghe, senza nodi.

E’ preferibile scegliere dei tessuti a stampa micron, piuttosto che macron, e scarpe non eccessivamente alte, che rovinerebbero (diversamente da quanto comunemente si pensa e fa) l’armonia del corpo, se si vuole tenere conto di certi canoni di proporzione.

Bene donne amanti della moda, da oggi in poi non temiate più di scegliere da sole il vostro capo, avete le informazioni adeguate per orientarvi, esperte nel vostro shopping, senza il consiglio dell’amica, che, a volte, per non recarvi dispiaceri saprebbe anche mentirvi, ma soprattutto libere dal pedante “pressing” delle commesse che farebbero di tutto per vendervi il vestito che……. -“Mi creda,sembra fatto proprio per lei!!”-.

Elisabetta Gianfelice