domenica 28 gennaio 2007

IL PESO DEL CORPO NELLA MODA


Dall’osservazione di alcune opere pittoriche di Fernando Botero, la serenità con cui i personaggi delle sue tele vivono la propria esistenza quotidiana mi hanno fatto riflettere sulle reali condizioni di chi, in una società come la nostra, dominata dall’attivismo, dalle apparenze e soprattutto dall’imposizione di canoni estetici che esaltano esclusivamente corpi tonici e scolpiti, sente davvero il peso del proprio corpo e non riesce a viverlo con la stessa disincantata serenità che l’arte ci propone.


Spinta quindi dalla constatazione che difficilmente un corpo grasso faccia notizia, soprattutto da un punto di vista estetico, è sorta in me la curiosità di capirne le cause e le motivazioni più profonde.
In seguito a studi effettuati sono giunta a maturare un personale punto di vista sulla questione e considerare che causa principale di atteggiamenti sociali di rifiuto, discriminazione e disinteresse, siano da ricercare nell’attuale mancanza di attenzione da parte dell’intero sistema mediatico nei confronti delle taglie forti.
Di conseguenza anche la moda, che si iscrive all’interno della sfera della comunicazione ha assunto un comportamento ambiguo riguardo alle taglie forti.

Vi spiego in che termini…

Se la moda per essere vincente deve cogliere con estremo anticipo ogni sintomo di cambiamento sociale e farsene portavoce, sembra assurdo che quando subentri la questione taglie forti si opponga ad uno dei suoi stessi principi, ostinandosi di considerarlo alla stregua di un qualsiasi altro cambiamento sociale, sottraendosi così dalla possibilità di adottare le giuste e adeguate politiche di produzione, distribuzione e promozione.

Inoltre se la moda al di là della sua dimensione estetica, resta pur sempre un fenomeno economico che deve necessariamente far leva sul venduto per sopravvivere, sembra oltremodo contraddittorio che, dinanzi a dati statistici che parlano di continua crescita, nel nostro Paese, di persone in sovrappeso e soprattutto dell’aumento della taglia media ( si è passati dalla 42 alla 46) continui a preferire una produzione per taglie inferiori e a proporre modelli femminili di bellezza androgina, silfidi, che difficilmente incontreremmo per strada, in ufficio o al supermercato e che mal si associano alla realtà.

Bisogna però puntualizzare che la moda si occupa di taglie forti, perché se ciò non fosse, sarebbe impossibile per questo target vestirsi, ma lo fa in modo contraddittorio, in quanto ricava introiti dalle vendite di collezioni prodotte da piccole aziende a gestione familiare, che realizzano campionari spesso modesti e che non rispondono alle esigenze del consumatore, inoltre non essendo molto note e non avendo budget sufficienti non riescono a pubblicizzare né se stesse né il proprio prodotto, fatta eccezione per la pubblicità sul web, che sembra rimasta l’unica forma di comunicazione pubblicitaria per taglie forti, volta a sedurre esclusivamente questo target, lasciando “indisturbate” le restanti fasce di mercato.

Di contro le grandi griffe, le uniche che per fama acquisita potrebbero diffondere nuovi imput, tendenze,gusti, se ne escludono, probabilmente perché ritengono che produrre linee per taglie forti possa danneggiare la loro immagine fashion, data l’erronea considerazione che questo genere di abbigliamento sia poco interessante, seducente a causa di un corpo sbagliato, o perché, dietro motivazioni di copertura come questa se ne celano altre più profonde (spesso i grandi nomi della

moda italiana, riuscendo ad ottenere ottimi fatturati dalla vendita di taglie inferiori, non investono in tecnologie, conoscenze per ampliare l’impianto gestionale aziendale, necessari alla produzione di abbigliamento “di peso”, temendo di non recuperare le spese dalle vendite, considerando che questo genere di prodotto verrebbe a costare di più, dati non solo i tempi maggiori di lavorazione, ma soprattutto l’impiego di materie prime……..pensiamo alle quantità di tessuti, moltiplicati!!).

A dimostrazione di tutto questo ho potuto riscontrare attraverso un confronto tra il sistema moda italiano e americano, che quest’ultimo, supportato da una diffusione dell’informazione sulle taglie forti capillare, ha permesso un grado maggiore di metabolizzazione e accettazione del fenomeno, favorendo da parte di tutti i sistemi che si iscrivono all’interno della comunicazione un atteggiamento di maggiore apertura e disponibilità.

Quindi sarebbe opportuno per il sistema sociale e moda, confidare maggiormente nelle capacità che la comunicazione ha di proporre, e nel proporre imporre nuove concezioni, idee, punti di vista attraverso i quali riconsiderare le taglie forti.

Basterebbe realizzare delle campagne pubblicitarie più capillari, proporre modelli alternativi di bellezza femminile, più morbida e rotonda, sui cartelloni, negli spot pubblicitari, nelle trasmissioni televisive, che vadano ad affiancare quelli esistenti; potenziare le forme di comunicazione hard, come l’allestimento di vetrine in cui all’abbigliamento per taglie inferiori sia affiancato quello per taglie forti; migliorare le forme di comunicazione visiva ed evocativa, dare la possibilità alle persone “di peso” di fare notizia, sulla stampa specializzata, nei periodici, e di cavalcare le passerelle, confidando sul potere della sfilata.

Solo in questi termini la comunicazione può adempiere ad un compito importante, di educare la società ad accettare le taglie forti come una sfaccettatura del reale, un fattore innocuo che non implica alcun tipo di debolezza sociale.

Partendo da questo presupposto la comunicazione può rendere la società più matura e aiutare il soggetto di peso a recuperare stima di sé, ad accettarsi, in nome dell’importanza significativa del corpo, come tassello che concorre con l’anima a creare l’unità dell’uomo e supporto attraverso il quale l’uomo vive, esprime e comunica, non solo se stesso, la propria esistenza ma soprattutto crea la propria socialità, istaurando rapporti con gli altri.

Elisabetta Gianfelice