domenica 25 febbraio 2007

IL VADEMECUM DELLA MODA PRIMAVERA ESTATE 2007



Avete già dato una sbirciatina alle vetrine e captato i must della primavera estate 2007?

Una cosa è certamente ben evidente: la stagione ormai alle porte nasce all’insegna del bianco, indistintamente per abiti e accessori, maglie, camice, gonne, pantaloni, giacche, borse, scarpe, cinture, orologi, occhiali, cappelli, un colore simbolo di candore, purezza che si ripropone nelle sfumature del crème, guscio d’uovo, azzurro pallido.

L’estate si presenta dominata principalmente dalla vivacità del ciclamino, geranio, forte e deciso, che accende, colora e dona vivacità ai capi.

Non mancano però il rubino, lo zaffiro, lo smeraldo, il blu elettrico assolutamente lucidi, associati ad abiti e bluse semplici ed essenziali.

La silhouette è ancora di ispirazione anni 80: la linea ad uovo, le maniche ampie, a kimono, le spalle accentuate ed importanti, i leggings, e i jeans stretti che fanno da contrasto con agli ampi volumi superiori.

La ricerca del sofisticato e importante, le luminescenze, il lamè, i tessuti metallizzati oro, argento, bronzo, acciaio, accanto ai più preziosi e pregiati broccati, il ritorno della vernice.

Alle forme anni 80 si associa lo stile futuristico, il gusto geometrico degli anni 60, evidente nelle proposte tessili, nella scelta del vinile e della plastica, dell’opalescente e del traslucido, della tendenza platino, e delle applicazioni metalliche su abiti e accessori, ma anche dal gusto per il profilo in contrasto, che borda abiti, camicie, scarpe, borse.

Ma cosa farà più tendenza nei prossimi mesi?

La CAMICIA sicuramente, interpretata nella versione “over”, CAMICIONE, comodo, confortevole, lungo alla caviglia o al ginocchio, con bretelle larghe, arrotondato o dritto, con spacchi laterali, impreziosito da dettagli ricamati e magari fermato in vita da una cintura.

I PANTALONI A VITA ALTA e ancora più alta…. in opposizione alla consolidata tendenza di scoprire la pancia, che pare non voglia proprio cedere il passo alla proposta che gli stilisti cercano da qualche stagione di imporre.

LO STILE MASCHILE: dalla giacca ai pantaloni, dalla camicia fino alla cravatta e alle scarpe, per una donna austera che non rinuncia però alla propria femminilità e al suo fascino.

Accanto alla tendenza morbido e confortevole evidente nel largo utilizzo del jersey, modellato su abitini dalla linea scivolosa e dolce, plasticamente drappeggiato ad evocare forme e immagini greche, da cui la grande Vionnet aveva preso spunto per conferire un’impronta inconfondibile al proprio stile, si impone anche il bustier, che evidenzia la parte superiore del corpo, la vita e il seno.

Le possibilità di scelta sono le più disparate da quelli più scarni, essenziali, presi in prestito dalla lingerie, a quelli più preziosi e bizzarri decorati da piume, queste ultime tornate di gran voga su abitini, gonne, borse!!

E cosa dire della tendenza prezioso? Largo spazio ai dettagli oro, alle pietre preziose, agli strass che illuminano e caricano di valore abiti e accessori, abbinati anche a tessuti lucidi come il satin.

Agli antipodi per le più sportive, lo stile ginnico farà tendenza: bande laterali da tuta da ginnastica, felpe, t-shirt con numeri stampati, cappucci.

E poi ancora mini- shorts, da quelli più essenziali e sportivi in denim a quelli più seducenti in satin, profilati o addirittura più audaci in metallizzato.

Per le stampe accanto alle geometrie non potevano mancare i fiori, ormai un’icona costante nelle collezioni primavera-estate: stilizzati, sfumati, arricchiscono e conferiscono romanticismo.

Un ultimo suggerimento: il costume da bagno quest’anno cambia versione: addio bikini, è tempo di costumi interi, bianchi, neri, con stampe floreali, profilati, e dalle scollature più studiate e ricercate all’insegna di una eleganza e decoro di altri tempi!!

LE TECNICHE DI PRODUZIONE DEL PROFUMO

Come ormai ben sappiamo la nascita di un profumo rappresenta un percorso lungo e difficoltoso, ma allo stesso tempo fatto di precisione, meticolosità e delicatezza assoluti.

Esistono diversi metodi per estrarre dalle materie prime l’essenza, dall’originaria macerazione dei fiori in olio d'oliva alle tecniche moderne, l'industria ha fatto dei progressi considerevoli, a volte però limitati dalla fragilità delle materie prime utilizzate.

Tra i metodi di estrazione ricordiamo:

La MACERAZIONE A FREDDO O ENFLEURAGE, di origine francese, consiste nel depositare la materia prima su lastre di vetro e spalmarla di grasso per 24 fino a 72 ore, una volta effettuata questa operazione è necessario ripeterle per diverse settimane affinché il grasso assorba l’essenza; da lì verrà riscaldato e l’olio odoroso che se ne ricava viene lavato con alcool. Si tratta di una tecnica usata oggi soltanto per la tuberosa e il gelsomino, perché risulta il metodo più adatto per fiori molto delicati, ma allo stesso tempo

molto costoso.

Un secondo metodo è la DISTILLAZIONE

Consiste nella miscelazione all’interno dell’alambicco,uno strumento inventato dagli Arabi nel quarto secolo, di fiori, erbe ed acqua, che per condensazione si trasformano in acque odorose.

L'alambicco viene riempito di vegetali freschi o secchi, ai quali si unisce almeno cinque volte il loro peso di acqua.

Il vapore dell’acqua surriscaldata a 5 o 6 atmosfere di pressione si carica di oli essenziali e passando attraverso condensatori dà vita alle acque aromatiche, come l'acqua di rose o di fiori d'arancio.

Pensate che per estrarre 1 kg di essenza di lavanda occorre distillare 200 kg di fiori di lavanda; per 1 kg di essenza di Neroli vengono impiegati 1000 kg di fiori d'arancio; per 1 kg di essenza di rosa occorrono più di 3000 kg di petali di rose.

Un terzo metodo è l’ ESTRAZIONE CON I SOLVENTI VOLATILI, capaci di assorbire gli elementi aromatici della materia prima e creare una cera, chiamata “concreta”, la quale viene passata nell’alcool, per estrapolare dalla cera vera e propria “l’alcolato, ossia l’olio

essenziale, che filtrato dà origine all’assoluta (fragranza pura).

E infine abbiamo la SPREMITURA, utilizzata soprattutto per estrarre olio essenziale dagli agrumi.

L'operazione è meccanica e viene utilizzata sia per le scorze che per il frutto intero. La scorza viene pressata per ricavarne delle gocce d'olio. Il frutto intero viene grattato, pressato e inciso leggermente per estrarne l’olio essenziale.

Una nota importante da tenere in mente è il materiale in cui conservare il profumo.

Al vetro spetta il ruolo primario ma, prima che venisse scoperta la tecnica della soffiatura ( I secolo A.C.), si adoperava la diorite, l’alabastro, la ceramica, la terracotta dipinta, per arrivare anche all’argento, l’oro, vermeil, lapislazzuli, cristallo di rocca, corniola. Nella seconda metà dell' Ottocento anche il vetro diventa oggetto su cui prende vita la creatività dei designer, pensiamo soltanto a celebri nomi come Emile Gallé, famosissimo per la lavorazione del vetro a cameo, i fratelli Daumm, inventori della "Pate de verre" con cui realizzarono flaconi dai particolari effetti cromatici e luminosi. Baccarat e St.Louis per il cristallo e naturalmente, René Lalique, figura trainante del nostro secolo.

Per concludere vorrei indicarvi le più importanti qualità di un profumo.

NOTE DI TESTA

Il profumo esplode con le note di testa che devono attirare l'attenzione. Emanano un profumo leggero ed effimero. Sono spesso note esperidee (limone, bergamotto, mandarino, arancio), o erbacee (salvia, rosmarino, lavanda). Si sviluppano e si arricchiscono gradualmente unendosi alle note di cuore che sono le note dominanti del profumo.

NOTE DI CUORE

Hanno più tenuta delle note di testa. La loro fragranza ha bisogno di tempo per svilupparsi.

Sono quelle che caratterizzano il profumo.

Sono generalmente fiorite (rosa, garofano, gelsomino, ylang-ylang, tuberosa, mughetto) o speziate (chiodo di garofano, cannella, coriandolo, noce moscata).

NOTE DI FONDO

Le note di fondo intensificano il carattere del profumo e gli danno tenuta. Hanno bisogno di più tempo per svilupparsi, ma durano più a lungo delle altre. Si sentono quasi impercettibilmente attraverso le note di testa, sostengono e prolungano le note di cuore. Sono spesso note balsamiche (opoponaco, benzoino, labdano, galbano, mirra) o boisée (legno di cedro, patchouli, vétiver, sandalo).

DA DOVE NASCE UN PROFUMO



Mania, ossessione, provocazione, feticcio, segnale di riconoscimento, emblema di eleganza, seduzione, piacere, vitalità: come nasce un profumo?

Sembra che l’origine del profumo sia da ricercarsi nel lontano Oriente dove venivano bruciate dagli uomini sostanze odorose per ingraziarsi le divinità e preservarsi da sciagure e malattie.

Dal culto religioso poi il profumo assunse una connotazione e un utilizzo più spiccatamente terreno: pensiamo ai guerrieri o a donne potenti che adottarono l’abitudine di cospargere il corpo di unguenti aromatici.

Fu proprio in Egitto che si consolidò il culto dell’arte del profumo, basti pensare al solo rito dell’imbalsamazione che prevedeva di riempire il corpo, liberato dalle viscere, di olio di pino, essenze, mirra, cassia,cedro… Fu qui che nacque una vera e propria industria dei profumi, che vantava le migliori fragranze, come il "Kyfi", composto da più di 60 essenze.

Anche in Grecia il culto della bellezza trovava nel profumo una perfetta sintesi, come testimoniato dal Trattato degli Odori di Teofrasto; nell’Atene di Pericle erano di gran voga il "susinon" a base di giglio o il "kipros" a base di menta e bergamotto,

Nell’età imperiale anche a Roma trionfò il profumo come testimoniato da Petronio nel Satyricon

Con la morale imposta dal cristianesimo, l'arte del profumo cadde rapidamente nell'oblio.

Nei periodi in cui lavarsi non era una sana abitudine sopraggiunse il profumo come rimedio e comparvero le prime acque profumate quali l'Acqua d'Ungheria, e più tardi l'Acqua di Colonia. L'uso del profumo si diffuse in Francia grazie a Maria Antonietta, ad opera della quale si sviluppò nel sud della Francia un’industria di fabbricanti di guanti profumati all’essenza di lavanda, che acquistò fama in tutto il mondo.

Nel periodo della Belle-Époque sono apparsi grandi profumi che vanno da "JiCky" di Guerlain (1889) a "Origan"(1905) a "Chyprie" (1917).

E' tra le due guerre che sono apparsi i nomi dell' Alta Moda nel mondo della profumeria: N°5 (1921), Arpege (1927).

Comunque creare un profumo non risulta una impresa per tutti: non è un semplice "cocktail" di odori mescolati, ma è l’espressione dell’emozione personale, della creatività di un artista capace di riconoscere e ricordare fino a 3500 odori diversi, grazie al suo “naso”. Il compositore infatti partendo dall’idea di profumo originata nella propria testa, deve avere la capacità di ricrearla attraverso ripetuti tentativi, per questo la creazione di un profumo richiede, oltre all'ispirazione, anni di ricerca e di messe a punto.

Ma quali sono le materie prime per ottenere i profumi?

Si tratta prevalentemente di sostanze di origine vegetale sparse per tutto il globo, a volte molto rare o difficili da raccogliere che rendono di conseguenza molto costose le fragranze ottenute.

Alcune delle fonti più preziose sono i FIORI.

La maggior parte dei grandi profumi contengono del gelsomino. Sono necessari 600 Kg di fiori di gelsomino, vale a dire 5 milioni di fiori , colti uno ad uno di primo mattino, per fare 1 Kg. di assoluta di gelsomino.

Rosa: bisogna distinguere la rosa di Bulgaria e la rosa di maggio. Unendole si ottiene il profumo di rosa più soave.

Fiore d'arancio da cui si ricava l’essenza del neroli

Lavanda: dà una nota fresca e tonificante

Tuberosa:il profumo ricorda quello del giglio.

Ylang-ylang: il nome significa "fiore dei fiori".

Garofano: dà una nota leggermente speziata.

Geranio: sentore rosato verde,leggermente ambrato e molto persistente.

Anche le ERBE AROMATICHE risultano componenti preziose dei profumi.

Pensiamo al timo, al rosmarino, alla menta, all’artemisia

Possiamo aggiungere anche le SPEZIE: cardamomo, zenzero, chiodi di garofano, peperoncino, noce moscata…

Agli AGRUMI si devono le cosiddette note "esperidee": dal limone al bergamotto, all’arancio, mandarino, cedro…

Anche RADICI E SEMI giocano un ruolo di rilievo nella composizione dei profumi:

il vetiver di Giava, dà una nota erbacea, fine e vigorosa; l’iris, la fava Tonka, il coriandolo

l’anice, l’ambretta, la vaniglia…

Noti sono anche i LEGNI E LE CORTECCE: dal sandalo al cedro, alla cannella, alla scorza di betulla, il legno di rosa

Da aggiungere ancora le FOGLIE: il patchouli, petit grain, proveniente dalle foglie dell'arancio amaro,note molto fresche e piacevoli.

E infine la MIRRA, i MUSCHI come quello di quercia della Jugoslavia, alla base di tutte le composizioni "chyprées", verdi dall’odore fresco e le RESINE, materia prima delle note balsamiche, come il ladano, il galbano, il benzoino, l’opoponaco.

sabato 3 febbraio 2007

DIAMANTI: UNA STORIA MILLENARIA!!


Chi tra noi donne sarebbe capace di resistere o rimanere indifferente dinanzi alla bellezza e lucentezza di un diamante?

Desiderato da tutte, emblema di una promessa d’amore, simbolo di raffinatezza, trasparenza, classe, ogni amante del bello ambisce a vantarne almeno uno nel proprio portagioielli!! Ma quale è il viaggio di un diamante prima di arrivare incastonato su una altrettanto elegante montatura in oro bianco o platino?

Scopriamolo insieme…

Il diamante, dal greco adamas (inconquistabile) è una pietra costituita esclusivamente da carbonio puro, che vanta una durezza superiore a qualsiasi altro corpo esistente in natura. Oltre ad essere uno dei minerali più affascinanti dal punto di vista gemmologico, risulta anche uno dei più interessanti in assoluto: i primi furono scoperti dall'uomo circa 4.100 anni fa e la loro formazione risale a 2,5 miliardi di anni fa.

Il diamante si trova originariamente in alcune tipiche rocce chiamate Kimberliti, che frammentandosi e depositandosi nei letti dei fiumi insieme a sabbia e ghiaia creano giacimenti alluvionali diamantiferi: tra i più noti vanno ricordati quelli indiani, sudafricani, brasiliani, venezuelani, australiani, ma giacimenti importanti si trovano anche nella Botswana, Lesotho, Namibia, Borneo, Angola, Zaire, Sierra Leone,Tanzania, Arkansas e negli Urali.

Le nostre amatissime gemme si presentano con un taglio detto tecnicamente “a brillante”, sperimentato all’origine da Vincenzo Peruzzi e perfezionato successivamente dai principi di ottica matematica, che hanno permesso di migliorare il valore della pietra preziosa.

Oltre alla forma "a smeraldo" (rettangolare con i vertici smussati), a "baguette" (rettangolo allungato), quadrato ("carrè"), triangolare e a navetta, a princess e radiant, quella più comune è a brillante tondo costituito da 33 facce sopra (la tavola ha forma di ottagono più 32 facce che formano la cosiddetta "corona") e 24 sotto (il "padiglione"). La corona e il padiglione sono divisi da un contorno grezzo o finemente faccettato.

Il valore di una pietra così bella e affascinante è stimato in relazione a quattro fattori che gli esperti hanno codificato “le quattro C”: colour (colore), clarity (purezza), cut (taglio) e carat (peso in carati o caratura).

Per quanto riguarda il colore contrariamente a quanto si crede comunemente non esistono solo diamanti trasparenti, ma anche gialli, bruni, verdicci, rosati, addirittura rossi e azzurri, questi ultimi poco commercializzati per la loro rarità e valore inestimabile

Basti pensare che per le sole pietre incolori o quasi, sono state messe a punto delle "scale di colore" (tra cui quella americana è la più usata), che utilizzano lettere a partire dalla D per i diamanti incolori fino alla N per quelli giallo-bruni.

Il concetto di purezza invece è stato fissato con un accordo internazionale e stabilisce che un diamante può definirsi puro se, osservato con una lente da 10 ingrandimenti non presenta nella sua struttura inclusioni, (carboni), ossia residui o tracce di altri minerali con cui il diamante si è cristallizzato, come diopside, olivina, granato, zinco, magnesio e fessurazioni naturali o indotte, ed infine linee di accrescimento del cristallo originario.

La scala della purezza classifica le gemme con termini espressi in lettere. Al gradino più alto ci sono le F ("flawless", puro) per passare alle IF (internamente puro), alle VVS ("very very small inclusion"), e così via.

Anche la precisione del taglio con cui il diamante viene lavorato rappresenta un fattore decisivo capace di potenziarne il valore o determinarne un danneggiamento permanente.

Oltre al taglio vanno valutati le proporzioni del taglio stesso, la simmetria tra le varie facce e la lucidatura. Per esempio per classificare i brillanti di peso inferiore a un carato si parla di "very good" per una brillantezza eccezionale, pochi e insignificanti segni esterni; "good" per una brillantezza leggermente inferiore, alcuni segni esterni più rilevanti; "poor" per una brillantezza inferiore, segni esterni piuttosto grandi e/o numerosi.

Ultimo, ma non per importanza è la caratura. L' unità di misura per le pietre preziose è il carato, pari ad un quinto di grammo (un carato = 0,20 gr) e il "punto" che equivale ad 1/100 di carato. (un diamante di 0,25 carati viene anche detto di 25 punti e le pietrine da contorno detti brillantini sono così piccoli che per fare un carato ne occorrono più di 200!!!!). Naturalmente maggiori i carati, maggiori i costi!!

Alla luce di tutto questo quando vi recate o… mandate qualcuno per voi dal gioielliere, per acquistare un diamante non pensiate di recarvici con un portafoglio magro… non esistono diamanti in liquidazione o poco costosi (tranne se pieni di difetti). Quando osservate la pietra non fatelo mai sotto luce artificiale o direttamente sotto il sole, ma all’ombra e possibilmente in una giornata serena. E’ sempre consigliabile acquistare solo la pietra e poi farla montare, se questo non fosse possibile conviene acquistare in gioielleria e farsi rilasciare un certificato di autenticità.

Per concludere vorrei darvi la lista dei più famosi diamanti del mondo, nel caso, tra di voi ci fosse qualcuna interessata a…

1. Millennium – 777 carati

2. Promessa del Lesotho - 603 carati – 2006- Lesotho

3. Cullinan I – 530,2 carati

4. Incomparable – 407,78 carati– Repubblica Democratica del Congo

5. Centenary – 273,85 carati – 1991 – Sudafrica – 247 facce

6. De Beers – 234,65 carati – 1888

7. Koh-I-Nohr – 105,6 carati – India

8. Stella del Sudafrica – 47,69 carati– Sudafrica

9. Hope 45,52 carati

IL MACULATO CHE NON TRAMONTA MAI!!


Guardando indietro negli anni, sfogliando riviste di moda del passato, stampe, fotografie di star e attrici, cartelloni pubblicitari, possiamo notare che poche sono state le tendenze fashion che non sono sopravvissute al tempo, facendosi espressione di gusti, tendenze e condizioni differenti.

Tra queste assume un posto di rilievo lo stile leopardato, detto anche maculato, animalier, animal print,
un genere che imperversa nell’abbigliamento femminile ormai da decenni.

Amato o odiato il maculato ha simboleggiato bon ton e glamour pudico, soprattutto su donne come Jacklyn Kennedy, icona di gusto e stile.

Agli antipodi è stato espressione di eccesso e lusso sfrenato negli anni d’oro di Hollywood; ma pensiamo anche a Christian Dior che già dalle sue prime collezioni nel 1947 lanciò il maculato, come elemento di distinzione sociale, tanto che le signore parigine che indossavano i suoi capi venivano attaccate per strada per l’eccessivo sfarzo. Anche Valentino negli anni 70 con la collezione di pellicce di zibellino bianco foderate di leopardo ha dato libera espressione al lusso.

Passando come strumento di seduzione sui corpi delle pin-up, negli anni ‘70 diventa icona del mondo pop e rock, (sono questi gli anni in cui Roberto Cavalli brevetta un rivoluzionario procedimento di stampa sulla pelle e comincia a creare i primi patchwork, utilizzando stampe animalier come lo zebrato, il pitone, le scaglie di pesce e naturalmente il maculato), fino a decadere nel trash ad opera delle contaminazioni delle sottoculture.

Alla fine degli anni 80 grazie all’intervento di Azzedine Alaia il maculato, associato ad abiti perfettamente scolpiti al corpo, e alle tinte del nero e del carne, ritrova la sua veste chic e,

ritrovata la sua identità il leopardato si è riaffermato per non sparire più.

Infatti molti sono stati i creativi che hanno interpretato secondo il loro gusto e stile la tendenza.

Armani, seppur rigoroso nelle scelte stilistiche, ma eccellente nel saper cogliere i gusti della gente, ha proposto la stampa nelle sue collezioni, soddisfando il desiderio di evasione e trasgressione della donna moderna, che vuole lasciar emergere anche il lato selvaggio, cacciatore e dominatore di sé.

Pensiamo anche ad Angelo Marani che l’ ha associato a tinte flou, a Gai Mattiolo, Cèline, Blumarine, Jean Paul Gaultier,Moschino, Anna Molinari, La Perla, Sonia Fortuna tutti contagiati dalla mania maculato.

Il leopardato resta comunque un elemento inconfondibile che contraddistingue lo stile Dolce&Gabbana, tanto che la griffe ha firmato una collezione,
non a caso, “Animalier” di accessori esclusivamente maculati.
Anche per questa stagione autunno inverno tutte le case di moda,  da Prada, a Fendi, Dior, Ungano, Marras, Vuitton, Valentino, Dolce&Gabbana, Moschino, 
Gaetano Navarra, Rocco Barocco, Alessandro Dell’Acqua,
Roberto Cavalli, Sportmax, H&M, Marc Jacobs, Thes & Thes, Innuè, Michae
Kors, Pollini, Casadei, Tod’s (solo per citarne alcuni),
hanno proposto pezzi del guardaroba
che si rifanno alla pelle a macchia di leopardo,
conferendo tocco graffiante, selvaggio, sexy e iperfemminile
a trench top, bluse, giubboni, cappotti, maglie, abiti, fuseaux, slip, borse, scarpe, stivali, ballerine, accessori, cinture, cappelli, guanti.
E’ una mania che contagia e che colora di  tinte selvagge la quotidianità urbana!!

NOSTALGIA DI TINTARELLA…….

E’ proprio vero che con l’autunno e l’avvicinarsi dell’inverno diventano molto rare le possibilità di uscire a fare una passeggiata e sperare che i pochi tiepidi raggi di sole possano ancora baciare la nostra pelle colorandola di dorato!!!

Purtroppo con il freddo, i colori morti e spenti delle stagioni fredde si rimpiange il sole, il caldo e soprattutto il colorito salutare che improvvisamente cambia, impallidisce e scolorisce.

Ma ormai da tempo il problema della tintarella invernale non è più qualcosa da temere o di cui preoccuparsi.

Sempre maggiore è il numero di persone, indistintamente uomini e donne, adulti e ragazzi, che non riescono a rinunciare almeno ad un viso cioccolato o ambrato, e che cercano con ogni mezzo di allontanare il pallore cadaverico riflesso nello specchio!!!

Infatti sul mercato abbiamo a disposizione rimedi differenti: dalle creme abbronzanti, che applicate con costanza colorano delicatamente e uniformemente la pelle e le ormai consolidate lampade, che scaricano raggi ultravioletti sul corpo, “bruciacchiando” l’epidermide.

E’ scontato ribadire che l’esposizione a questi tipi di raggi non sia del tutto salutare per la nostra pelle e che la stragrande maggioranza dei dermatologi sconsigli questo rito, diventato ormai una prassi e una abitudine a cui nessuno riesce a rinunciare.

Considerando però l’aumento spropositato della richiesta da parte dei clienti di sottoporsi a questo tipo di trattamento, non resta altro che suggerire almeno le modalità più adeguate, le precauzioni da prendere e da non sottovalutare per evitare gravi problemi della pelle: dall’aridità all’invecchiamento, dai danni all’elastina e al collagene più profondo della pelle.

Infatti così come al mare è necessario esporsi al sole in modo graduale, per evitare scottature e per conservare l’effetto prolungato dell’abbronzatura sana presa, è importante allo stesso modo seguire scrupolosamente regole specifiche per chi volesse sottoporsi a lampade abbronzanti, senza lasciarsi travolgere dalla mania dell’abbronzatura rapida senza protezione.

· Prima di tutto sono da preferire lettini e docce solari che emettono uno spettro simile a quello del sole, che comprende sia raggi UVA, sia UVB.

· I tempi di esposizione variano e vanno stabiliti in base al tipo di fototipo a cui la nostra pelle appartiene. I fototipi più scuri possono esporsi per tempi non superiori ai 10-12 minuti; naturalmente albini e rossi non devono neanche immaginare di farsi una lampada: morirebbero ustionati!!

· La frequenza: per gli amanti della tintarella non sarà un dato rassicurante, ma rigorosamente una sola lampada al mese.

· Per prevenire l’invecchiamento cutaneo e l’eridema è importante assumere almeno per un mese, attraverso integratori alimentari, vitamine E, C, PP, che contribuiscono a conservare un livello ideale di antiossidazione.

· Per evitare carcinomi e danni irreversibili alla pelle è assolutamente obbligatorio usare creme con schermo protettivo più alto del solito (ricordiamoci che non abbiamo fretta e che l’artificialità si paga in qualche modo!!).

· Fattore che molti ignorano è che prima di fare una lampada bisogna sospendere l’uso di sostanze fotosensibili: dai profumi ai farmaci anticoncezionali, ai cortisonici e alcuni tipi di antibiotici, responsabili dell’insorgere di antiestetiche macchie cutanee.

· Se sopraggiungono fotodermatiti e reazioni fotoallergiche è da incoscienti ostinarsi ad assorbire raggi che danneggiano noi stessi: bisogna sospendere il trattamento.

· Per chi soffre di malattie come vitiligine, rosacea, herpes il ricorso alle lampade è assolutamente sconsigliato.

· Nel caso in cui stesi sul lettino o in piedi sotto la doccia solare si avvertono sintomi di cali di pressione, è inutile fare gli eroi, uscire immediatamente.

· Non dimenticarsi mai di coprire gli occhi con gli appositi occhialini.

· Dopo l’esposizione è necessario rinfrescare e idratare la pelle del corpo con una crema lenitiva e adatta allo scopo.

Se si seguissero questi suggerimenti e se al tutto si associasse anche una cospicua dose di buon senso, sicuramente si riuscirebbero a limitare i danni dell’esposizione a raggi artificiali e a salvaguardare di più la nostra salute.

Se infatti ci si sottopone occasionalmente anche la lampada diventa innocua, anzi può aiutare a tenere sotto controllo i disturbi reumatici, ed assorbire l’umidità che penetra d’inverno nelle ossa.

Ma l’abbronzatura è diventata una mania, e dato ancora più sconcertante, secondo uno studio pubblicato sulla rivista “Archives of pediatrics and adolescent medicine”, sia divenuta la nuova sindrome dei ragazzi occidentali che in migliaia risultano affetti da quella che gli inglesi hanno denominato “tanorexia” ( tan=abbronzatura), una patologia che induce gli adolescenti a vedersi sempre pallidi e schivare questo aspetto che detestano si sé correndo in un solarium (sembra che a 19 anni un terzo delle adolescenti abbia già fatto tre lampade).

Essendo statistiche da brividi, l’Organizzazione mondiale della sanità ha avanzato ai vari Stati la proposta legislativa di vietare il solarium agli adolescenti di età inferiore ai 18 anni, ma gli interessi economici confermano, per l’ennesima volta, di contare molto di più di qualsiasi altra iniziativi “pro-uomo”.

“Il diavolo veste Prada”: lavorare nella moda….che fatica!!!!

La moda è un mondo affascinante, patinato, luccicoso, lussuoso, magico, soprattutto se lo si guarda con occhi esterni che ne captano solo l’apparenza.

Andando al cinema per la proiezione del film rivelazione “Il Diavolo veste Prada” avrete modo di capire la moda e di immedesimarvi in coloro che la creano e vi lavorano, per rendervi conto di aspetti che altrimenti non conoscereste mai.

Ma procediamo per gradi.

Tratta dall’omonimo best-sellers di Lauren Weisberger, la commedia, sapientemente diretta da David Frankel, e supportata da un cast di tutto rispetto, (dall’impeccabile Meryl Streep, alla dolce e caparbia Anne Hathawayo), grazie ad un ritmo veloce, ad un copione scherzoso, ad una mimica accentuata, ad una scenografia dinamica, narra una vera e propria favola moderna americana.

Andrea (Andy per gli amici), è una giovane neo laureata in giornalismo alla ricerca di una occupazione e di una esperienza che possa lanciarla nel mondo del lavoro. A New York, dove vive con il fidanzato, riesce ad ottenere un colloquio in una rivista di moda, la più nota d’America, RUNWAY, la cui direttrice, austera ed esigente, temuta dai suoi collaboratori, vanta una gran fama e notorietà, non solo nella moda, ma anche nella carta stampata.

Andy, che non ha nulla della ragazza alla moda, né stile, né gusto, né frivolezza, ma tanta determinazione, attrae la perfida Miranda Priestly, che decide di assumerla come sua seconda assistente.

I primi tempi sono per la ragazza davvero duri, maltrattata, umiliata, beffeggiata…ma stringe i denti fino a quando, stufa di non riuscire a farsi apprezzare, decide di modificare il suo modo di porsi e dare una svolta alla propria immagine, per adattarsi all’ ambiente.

Il cambiamento, notato ed apprezzato comporta molti stravolgimenti nella vita di Andy: maggiore considerazione sul lavoro, tanto da diventare prima assistente, ma a che costo?

La tenace e ambiziosa ragazza si ritrova catapultata nella morsa dell’ascesa professionale, vinta tra il successo, che demoniaco la tenta ad ottenere sempre qualcosa in più e vivere nuove esperienze, e i suoi valori, sentimenti, affetti che hanno fino a quel momento guidato ogni sua scelta.

Certamente non sarò io a svelarvi l’epilogo del film, perché preferirei lasciare a voi il piacere di scoprirne la parte più interessante….

Posso aggiungere che la freschezza e la dinamicità dei ritmi di narrazione, le tecniche di montaggio, la scenografia, la cura dei dettagli, l’ilarità dei personaggi, le scelte musicali assolutamente di moda, allieteranno 109 minuti della vostra serata.

E cosa dire di più: se siete appassionate di moda questo è certamente il film giusto per voi!!

La moda resta l’assoluta protagonista dell’intero film; sembra infatti, al di là della storia narrata, di passare continuamente dinanzi a vetrine, in cui vengono volutamente esibiti, con frequenza ed alternanza maniacale abiti (dei più belli), sempre nuovi e diversi, scarpe, accessori, delle griffe più prestigiose, naturalmente Prada, ma anche Chanel, Valentino, Galliano, Donna Karan, che volutamente diventano protagonisti di inquadrature e scene.

Quale migliore occasione per potersi immedesimare e credere di vivere in un mondo così magico, che nella realtà risulta così irraggiungibile?

Grazie all’esperienza di Andy saremo tutti meno cinici nel giudicare la moda, perché avremmo constatato che è il risultato della dedizione, del lavoro, della passione e soprattutto dei sacrifici di coloro che sono disposti a vendere la propria anima al “diavolo” pur di seguirla e renderla perfetta.

In fondo Miranda conclude: “Tutti vorrebbero essere noi”, ma solo per come appariamo, sicuramente non per quello che realmente siamo.

Si tratta di scelte da prendere, di una vita divisa, di una medaglia con due facce, di una realtà a doppio taglio che tanto può darti, ma tanto ti chiede!!

Buona visione!!